Se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

Posted: 12 ottobre 2011 in Attualità

Riporto un articolo di antoniomenna che, seppur con una massiccia dose di ironia, ahimè, rispecchia la situazione italiana (anche se l’autore prende in considerazione la città di Napoli, il discorso può essere esteso a tutta la penisola) per quanto riguarda la libera iniziativa e la mancanza di valorizzazione delle numerose risorse umane, brillanti e geniali presenti sul territorio, costrette all’emigrazione per vedere i propri sforzi gratificati.
E’ triste pensare che negli USA il diritto alla free enterprise è stato sancito nel 1787, con la stesura della Costituzione americana, mentre, nel XXI secolo, in Italia, ci sono migliaia di geniali “Stefano Lavori” che nella libera iniziativa vedono solo un sogno, e non un diritto.
In Italia siamo quindi lontani anni luce dalla possibilità di realizzazione del “sogno americano”, che di fatto, rimarrà tale.

Vi lascio alla lettura dell’articolo qui riportato…

Andrea

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

http://antoniomenna.wordpress.com/2011/10/08/se-steve-fosse-in-provincia-di-napoli/

Commenti
  1. martino scrive:

    Non sono così d’accordo con la tesi dell’articolo. Steve Jobs non era un santo ma un imprenditore, che, mi risulta, sapeva essere duro come l’acciaio. Se fosse venuta la camorra da lui, forse avrebbe pagato la prima volta, ma poi sarebbe entrato nel computer del boss, avrebbe trovato i codici bancari e avrebbe stornato sul suo conto corrente dieci volte tanto. Con il vigile urbano, probabilmente gli avrebbe clonato la SIM e gli avrebbe fatto recapitare in busta chiusa gli SMS che provavano il suo tradimento nei confronti della moglie…. e così via. Non credo che gli avrebbero fatto chiudere il garage, non credo proprio.

    • andreabiraghi scrive:

      Non credo che gli avrebbero fatto chiudere il garage, non credo proprio.

      Anche questa conclusione è possibile: in una vicenda come quella di Steve, e più in generale in ogni situazione, entrano in gioco infinite variabili che non ci permettono di stabilire con certezza il “come sarebbe andata se..”, ma solamente di avanzare delle ipotesi che, di fatto, sono indimostrabili.
      Tuttavia, lo scopo di questo post non era quello di aprire un dibattito sulla possibilità di realizzazione o meno del progetto Apple in Italia, tanto meno sulla personalità di Steve, ma di riflettere sui problemi e le difficoltà che, secondo la ricostruzione, Jobs avrebbe incontrato, ritratto ironico della situazione italiana. La mia domanda è: ma questa è davvero così?

      • martinosacchi scrive:

        No, la situazione italiana non è così drammatica. Però, come in tutte le situazioni, occorre sapersi muovere nel modo giusto: bisogna conoscere le leggi, e bisogna sapere come fare per farle rispettare. Prima di tutto, però, bisogna avere un’idea e crederci davvero, mica lamentarsi perchè “non ci danno lavoro” (ma chi “è tenuto” a darci un lavoro?)
        MS

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